Il progresso scientifico non procede in modo lineare. Nella visione di Kuhn, ad esempio, dopo una grande scoperta rivoluzionaria, che cioè innova drasticamente il quadro precedente instaurando “un nuovo paradigma”, segue di solito un periodo “normale”. In quest’ultimo periodo gli avanzamenti procedono in modo sostanzialmente progressivo, ci sono cioè delle innovazioni che si collocano all’interno del paradigma introdotto dalla scoperta rivoluzionaria iniziale. Che questa lettura sia corretta o meno, non si può negare che alcune delle grandi teorie che hanno rivoluzionato le scienze dure – ad esempio la fisica di Newton, la relatività, la meccanica quantistica, la teoria dell’evoluzione – abbiano segnato l’inizio di vere e proprie epoche all’interno dei rispettivi settori (e anche spesso al di fuori di essi).

L’idea che vorrei però discutere all’interno di questo schema del procedere della ricerca in ambito scientifico riguarda la nostra percezione del processo stesso. Gli autori di queste scoperte fondamentali sono giustamente ritenuti persone senza le quali queste innovazioni non sarebbero state possibili. Quest’idea non è del tutto corretta. Consideriamo ad esempio la teoria dell’evoluzione, opera di Darwin. Questi si decise a renderla pubblica solo nel momento in cui Wallace inviò alla Royal Society una memoria dove proponeva – in modo del tutto indipendente –  la stessa cosa, tanto che oggi la teoria dell’evoluzione è definita di Darwin-Wallace. Cioè, se Darwin non fosse esistito, la teoria dell’evoluzione sarebbe comunque stata scoperta, ma da un altro. Una cosa analoga si potrebbe dire, ad esempio, di Einstein. Senza arrivare ad affermare, come fa qualche storico della fisica, che la priorità dell’idea base della teoria della relatività spetti a Poincaré, è difficile non pensare che anche senza Einstein la relatività sarebbe comunque stata scoperta entro un tempo ragionevole, perché era ormai nell’aria. Senza trascurare il fatto che anche la primogenitura della invenzione del calcolo infinitesimale è contesa tra almeno due persone, Newton e Leibniz. Nel caso poi della meccanica quantistica, quest’ultima non è stata opera di un singolo individuo, ma dello sforzo combinato di un considerevole numero di persone, ciascuna delle quali ha fornito un contributo significativo.

Qual è quindi la conclusione di tutto questo? Che le grandi scoperte, anche quelle rivoluzionarie, vengono alla luce quando il loro tempo è maturo, quando cioè le conoscenze accumulate in precedenza permettono di fare il salto verso un nuovo paradigma. Inutile dire che per fare questo salto servono persone certamente molto valide, ma non l’unico genio insostituibile senza il quale il mondo sarebbe oggi diverso. La realtà è che i ricercatori contribuiscono con il loro lavoro non al progresso della scienza, ma alla velocità con cui questa progredisce. Senza Newton, senza Einstein e tutti gli altri, il progresso scientifico sarebbe stato più lento, ma ci sarebbe stato comunque, anche se probabilmente con tempi più lunghi.

Ecco perché assistiamo ai giorni nostri a un progresso scientifico che procede a una velocità che non ha eguali nel passato: perché il numero di ricercatori e ricercatrici – a differenza che in passato, oggi anche moltissime donne contribuiscono – che partecipano alla ricerca è estremamente alto se paragonato con quanto è successo in tutte le epoche precedenti.

No comment

Lascia un commento