Nei due articoli precedenti sull’intelligenza artificiale generativa (AI) ho brevemente discusso del significato dell’AI. In questo mi concentrerò sulle implicazioni del suo meccanismo di funzionamento: il fatto che l’AI, cioè una macchina, sia in grado di generare contenuti nuovi che fino ad ora erano ritenuti di esclusiva pertinenza della nostra specie ci fornisce un’importante chiave sul funzionamento, e forse sui limiti, del cervello umano.
Preciso intano che nel termine “macchina” includo sia la parte hardware che software del calcolatore, in quanto entrambi sono “oggetti” o “strumenti” progettati e costruiti da esseri umani e sono privi di iniziativa propria. Cosa differenzia una AI rispetto ai calcolatori classici e ai software che siamo abituati a usare, anche ai più evoluti? Il fatto che un software di AI possieda un’architettura basata sulle reti neurali, cioè su una rete di connessioni che vengono stabilite tra i dati che vengono immessi nel calcolatore nella fase di addestramento. Il modo in cui queste interazioni tra i dati (nodi) portino ad un certo risultato (e non ad altri) si basa sulle relazioni tra i nodi e sul peso tra le varie connessioni della rete neurale. La complessità della rete dovuta al gigantesco numero di nodi e di relazioni rende il risultato imprevedibile a priori (e difficile da analizzare anche a posteriori).
Un aspetto però molto interessante di tutto questo è che l’AI si basi proprio sulle reti neurali, così chiamate perché cercano di simulare la rete formata dai neuroni di un cervello umano. Con questo intendo suggerire che la rete neurale dell’AI funzioni sulla base dello stesso meccanismo di quello di un cervello umano? Non lo so, non siamo in grado di dirlo, però per alcune funzioni (pensiamo, ad esempio, alla traduzione di un testo da una lingua a un’altra) almeno il risultato sembra essere sostanzialmente analogo.
Pensiamo ai meccanismi alla base della conoscenza: l’essere umano si sviluppa acquisendo informazioni fin dalla nascita grazie alla sua vita di relazione, e poi studiando, leggendo, guardando, sperimentando, in una parola vivendo. Tutte le informazioni acquisite vengono internalizzate (in modo più o meno conscio) e organizzate all’interno della rete neurale di cui è costituito il cervello umano (non è una cosa in fondo molto diversa dall’AI, che acquisisce e organizza in una rete neurale una grande massa di informazioni). L’insieme di conoscenze acquisite guida le azioni di un individuo, ma qui siamo interessati ad analizzare un aspetto specifico, quello dell’intelligenza logico-deduttiva, cioè la capacità di trarre delle conclusioni sulla base di una serie di regole e di premesse.
Un aspetto però cruciale dell’intelligenza umana riguarda la capacità di produrre idee nuove, non solo di applicare meccanicamente regole. L’AI è dotata anche di creatività, o questa è invece specifica della mente umana? Infatti viene definita Intelligenza Artificiale generativa (se veda nella Parte II l’esempio relativo ad AlphaFold). Per portare altri esempi, l’AI è in grado di produrre immagini nuove o di scrivere testi nuovi, cioè non copiati dall’enorme banca dati di cui dispone, anche se questi sono forse solo variazioni su cose già presenti. Ma in fondo cose simili le facciamo anche noi umani: quando si chiede a uno studente di risolvere un “nuovo” problema, questi di solito ricorre, forse inconsciamente, a metodi usati in problemi analoghi risolti in precedenza.
Forse dovremmo chiederci se non stiamo sopravvalutando la creatività umana. Homo sapiens occupa il pianeta Terra da forse 200.000 – 100.000 anni o giù di lì, ma gran parte dei progressi dell’umanità (dalla domesticazione di specie animali e piante all’uso di tecnologie elementari) si sono grosso modo compiuti negli ultimi 10.000 anni, cioè nel 10 per cento del tempo in cui ha popolato il pianeta. L’uomo primitivo ha impiegato tempi lunghissimi per scoprire cose che oggi ci appaiono banali, come gestire il fuoco o inventare utensili semplici come la ruota o la leva, mentre c’è stato via via un aumento nella velocità dello sviluppo tecnologico seguito da una eccezionale accelerazione negli ultimi 3-4 secoli. Questo perché l’uomo primitivo mancava quasi totalmente di conoscenze pregresse, che si sono formate solo molto lentamente.
È la presenza della mostruosa base di dati di conoscenze oggi disponibile che ci permette la “creatività” che contraddistingue la nostra epoca. Ma forse questa non è proprio tale, è solo il fatto di essere “nani sulle spalle di giganti (Bernardo di Chartres)” che ci fa apparire molto più intelligenti delle altre specie animali. L’AI pare in grado di fare quello che facciamo noi perché anche lei parte da una base dati vastissima (anche se spesso limitata a uno specifico settore) e sulla base di quella sembra creare risultati nuovi.
Siamo quindi dei computer dotati di un software tipo AI? Solo per quanto riguarda l’intelligenza speculativa. Tutto il resto – autoconsapevolezza, emotività, sentimenti, fantasia e così via, cioè ciò che ci rende umani – rimane per ora precluso ai computer.

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