“Le entità matematiche non hanno una stabile essenza nella natura delle cose; e esse dipendono dalla natura del definiente; per cui la medesima cosa può essere spiegata in diverso modo”. Questo passo del filosofo George Berkeley pone un quesito cruciale per i fondamenti delle scienze sperimentali: le entità della fisica, ad esempio la forza, l’energia, la gravità, sono enti reali, o solo concetti che sono convenienti per descrivere le leggi della natura? Scrivendo questa sentenza, il filosofo stava probabilmente pensando a Newton, che pur avendo dichiarato che gli enti matematici servono a risolvere i problemi, nei fatti sembra attribuire un’esistenza reale ai concetti usati nella sua fisica. Berkeley, pur essendo classificato da un punto di vista filosofico tra gli empiristi, in questo passo appare quasi un convenzionalista. Questo perché alla fine esistono solo due posizioni filosofiche possibili nei confronti della scienza: o si ritiene che le teorie scientifiche descrivano davvero il mondo reale (realismo), o che le teorie scientifiche siano solo modelli convenzionali che servono a descrivere i fenomeni fisici (convenzionalismo). Si ricordi però che entrambe queste posizioni sono filosofiche, non scientifiche. Nessuna delle due è dimostrabile scientificamente e comunque nessuna delle due inficia la validità delle scienze sperimentali. In un certo senso, potremmo dire che il convenzionalismo si colloca ad un livello più basso rispetto al realismo: nel primo caso, la scienza si limita a descrivere in modo formale, matematico, i fenomeni del mondo fisico; nel secondo, è anche una rappresentazione corretta di questi. La Figura riportata sotto illustra graficamente questo concetto.

Si noti, infine, che queste due posizioni non hanno nessuna influenza su chi opera in campo scientifico: l’interpretazione degli stessi dati sperimentali sarà la stessa per uno scienziato “realista” e per uno “convenzionalista”. Questo perché nonostante i due abbiano posizioni filosofiche diverse, il metodo da loro usato sarà lo stesso, cioè lo strumentalismo metodologico. Quest’ultimo può essere considerato il substrato comune a tutti coloro che operano nel campo delle scienze sperimentali.

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