La Cina può vantare, in termini di civiltà e cultura, una sostanziale continuità politica e territoriale di più di 4000 anni che non ha eguali rispetto a tutte le altre civiltà che si sono succedute sul pianeta in epoca storica. Eppure ci si può chiedere perché, nonostante i cinesi abbiano inventato gran parte delle cose che poi sono state riscoperte indipendentemente da altri, non siano riusciti a compiere il salto tecnologico che è invece riuscito all’occidente più o meno dal XVII secolo in poi. Perché, dopo aver inventato la polvere da sparo, la carta, la bussola e molte altre cose, non hanno poi prodotto le armi da fuoco, i libri a stampa, le automobili, gli aerei e così via? L’attuale stato tecnologico della Cina, che ha ormai raggiunto e anche sopravanzato quello di gran parte dei paesi occidentali, è debitore della trasfusione del metodo scientifico occidentale all’interno della cultura orientale.

 

Per tornare alla domanda iniziale, le cause sono probabilmente molteplici e non possono essere analizzate qui, soprattutto non dal sottoscritto che non è uno storico esperto di cultura orientale. Voglio però citare quella che parrebbe essere una concausa di questo mancato sviluppo tecnologico, e cioè l’atteggiamento della classe dominante nei confronti dell’innovazione. Per comprendere la situazione dell’Impero di Mezzo nel passato immaginiamo che, ad esempio, un artigiano cinese di epoca Ming avesse ideato un telaio per la tessitura innovativo, molto più efficiente e veloce rispetto ai modelli esistenti. Prima di usarlo o metterlo sul mercato avrebbe dovuto innanzitutto chiedere il permesso al Mandarino locale. Quest’ultimo gli avrebbe quasi sicuramente negato questo permesso, perché in questo modo avrebbe potuto sbaragliare la concorrenza, avrebbe cioè fatto concorrenza sleale a tutti i tessitori disponendo di uno strumento migliore. Pare che, soprattutto nei periodi di grande stabilità dell’impero, ogni cambiamento fosse visto come una minaccia alla stabilità sociale (e soprattutto del sistema di potere esistente).

 

Tutto questo ricorda quello che sta avvenendo in Italia (e non solo con il nuovo governo, anche se pare che quest’ultimo abbia accentuato la tendenza): ogni nuova tecnologia viene vista come motivo di possibile disturbo dell’ordine sociale esistente, perché rischia di turbare situazioni ed equilibri consolidati. Mi riferisco, ad esempio, alla recentissima proibizione non solo del commercio, ma anche della ricerca e dello sviluppo di cibi sintetici (la cui tecnologia di produzione peraltro non è ancora ben sviluppata e dei quali si potrà probabilmente criticare il gusto, ma non certo gli aspetti sanitari), seguita nel giro di un paio di giorni dall’ordine di chiusura di ChatGTP, il nuovo software basato sull’intelligenza artificiale. In entrambi i casi, dietro motivazioni formali risibili si nasconde la volontà di proteggere gli interessi consolidati di specifiche categorie sociali, accompagnata da una generica paura dell’innovazione. Quest’ultima presenta sempre dei rischi, ma ogni nuova scoperta che porta anche dei benefici  inevitabilmente alla lunga si impone e la cosa migliore è guidarla e indirizzarla, mentre è inutile e controproducente proibirla.

 

Una raccomandazione finale: chi si oppone per favore non si richiami al principio di precauzione, richiamo in questi due casi del tutto inappropriato (si veda uno dei Blog precedenti, Evoluzioni tecniche e principio di precauzione).

 

P.S.: La versione in inglese che segue dell’articolo è stata tradotta da ChatGTP.

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